DYLAN THOMAS | ||
Poesie | ![]() | |
| Splendessero lanterne Splendessero lanterne, il sacro volto, Preso in un ottagono d’insolita luce, Avvizzirebbe, e il giovane amoroso Esiterebbe, prima di perdere la grazia. I lineamenti, nel loro buio segreto, Sono di carne, ma fate entrare il falso giorno E dalle labbra le cadrà stinto pigmento, La tela della mummia mostrerà un antico seno. Mi fu detto: ragiona con il cuore; Ma il cuore, come la testa, è un’inutile guida. Mi fu detto: ragiona con il polso; Ma, quando affretta, àltero il passo delle azioni Finché il tetto ed i campi si livellano, uguali, Così rapido fuggo, sfidando il tempo, calmo gentiluomo Che dimena la barba al vento egiziano. Ho udito molti anni di parole, e molti anni Dovrebbero portare un mutamento. La palla che lanciai giocando nel parco Non è ancora scesa al suolo. | ||
| Sognai la mia genesi Sognai la mia genesi nel sudore del sonno, bucando Il guscio rotante, potente come il muscolo D’un motore sul trapano, inoltrandomi Nella visione e nel trave del nervo. Da membra fatte a misura del verme, sbarazzato Dalla carne grinzosa, limato Da tutti i ferri dell’erba, metallo Di soli nella notte che gli uomini fonde. Erede delle vene in cui bolle la goccia d’amore, Preziosa nelle mie ossa una creatura, io Feci il giro del globo della mia eredità, viaggio In prima nell’uomo che ingranò nottetempo. Sognai la mia genesi e di nuovo morii, shrapnel Conficcato nel cuore in marcia, strappo Nella ferita ricucita e vento coagulato, morte Con museruola sulla bocca che ingoiò il gas. Scaltrito nella mia seconda morte contrassegnai le alture, Mèsse di lame e di cicuta, ruggine Il mio sangue sui morti temprati, forzando La mia seconda lotta per strapparmi dall’erba. E nella mia nascita fu contagioso il potere, seconda Resurrezione dello scheletro e Nuova vestizione dello spirito nudo. Virilità Schizzò dal risofferto dolore. Sognai la mia genesi nel sudore di morte, caduto Due volte nel mare che nutre, diventato stantio Nell’acqua salata di Adamo finché, visione Di nuova forza umana, io cerchi il sole. | ||
| Qui in primavera Qui in primavera, le stelle navigano il vuoto; Qui nell’inverno ornamentale Il nudo cielo viene giù a rovesci; L’estate seppellisce l’uccello nato in primavera. I simboli provengono dal lento costeggiare dell’anno Le rive di quattro stagioni; Fuochi di tre stagioni insegnano in autunno E note di quattro uccelli. Dovrei distinguere l’estate dagli alberi, i vermi, Se lo fanno, narrano le tempeste dell’inverno O il funerale del sole; Dovrei imparare la primavera dal canto del cuculo E la lumaca mi dovrebbe insegnare distruzione. Un verme racconta l’estate meglio dell’orologio, La lumaca è un vivente calendario di giorni; Che cosa mi dirà se un insetto senza tempo Dice che il mondo lentamente si consuma? | ||
| Dai sospiri Dai sospiri nasce qualcosa, Ma non dolore, questo l’ho annientato Prima dell’agonia; lo spirito cresce, Scorda, e piange; Nasce un nonnulla che, gustato, è buono; Non tutto poteva deludere; C’è, grazie a Dio, qualche certezza: Che non è amore se non si ama bene, E questo è vero dopo perpetua sconfitta. Dopo siffatta lotta, come il più debole sa, C’è di più che il morire; Lascia i grandi dolori o tampona la piaga, Ancora a lungo egli dovrà soffrire, E non per il rimpianto di lasciare una donna in attesa Del suo soldato sporco di parole Che spargono un sangue così acre. Se ciò bastasse, se ciò bastasse a dar sollievo al male, Il provare rimpianto quando quello è perduto Che mi rendeva felice nel sole, Quanto felice il tempo che durava, Se ambiguità bastassero e abbondanza di dolci menzogne, Potrebbero le vacue parole sostenere tutta la sofferenza E guarirmi dai mali. Se ciò bastasse, osso, tendine, sangue, Il cervello attorcigliato, i lombi ben fatti, Cercando a tastoni la materia sotto la ciotola del cane, L’uomo potrebbe guarire dal cimurro. Ché tutto quello che va dato, io l’offro: Briciole, stalla, e cavezza. | ||
| Perchè levante gela Perché levante gela e austro rinfresca Non sarà conosciuto finché il pozzo del vento non dissecchi E l’ovest non resti più immerso Nei venti che recano il frutto e la corteccia Di centinaia e centinaia di cadute; Perché la seta è soffice e la pietra ferisce Il fanciullo si chiederà ogni giorno, Perché pioggia notturna e sangue di mammella Tutti e due lo dissetano, avrà una nera risposta. Quando verrà Mastro Gelo? domandano i bambini. Stringeranno nei pugni una cometa? Finché la loro polvere, dal cielo e da terra, Non sparga in occhi infantili un lungo ultimo sonno E l’ombra non sia folta di fantasmi di bimbi, Nessuna bianca risposta farà eco dalle cime dei tetti. Tutto è conosciuto: il consiglio degli astri Esorta qualche contento a viaggiare coi venti, Ma ciò che chiedono gli astri mentre aggirano Tempo dopo tempo le torri dei cieli Sarà poco ascoltato, prima che gli astri siano spenti. Io ascolto contento e "Contèntati" Squilla pei corridoi come una campanella, E "Nessuna risposta" e io non ho Nessuna risposta al pianto dei bambini Né di risposta d’eco né dell’uomo di gelo Né di comete spettrali sopra i pugni levati. | ||
| Cerca la carne sulle ossa "Cerca la carne sulle ossa fra non molto Spolpate e bevi alle due munte rupi Il dolce midollo e la feccia, Prima che le mammelle delle dame Siano vizze e le membra brandelli. Non profanare, figlio, i sudari, ma quando Vedrai le dame fredda pietra, appendi Una rosa d’ariete sugli stracci. "Ribèllati alle leggi della luna E al parlamento del cielo, Al governo del mare perverso, A tirannia del giorno e della notte, A dittatura di sole. Ribèllati all’osso e alla carne, A parola di sangue, ad astuzia di pelle, E al verme che nessuno può ammazzare. "La sete è spenta, la fame placata, E lungo il cuore ho uno spacco; La faccia è smunta allo specchio, Le labbra smorte dai baci Ed è smagrito il mio petto. Una ragazza allegra mi prese per uomo, La stesi giù e le narrai il peccato, Le misi accanto una rosa d’ariete. "Il verme che nessuno può ammazzare E l’uomo che nessuna corda impicca Si ribellano al sogno di mio padre Che da un ostello di rossi porci Ulula il sozzo demonio alle spalle. Non posso come un pazzo assassinare Stagione e sole, grazia e ragazza, Né il mio dolce risveglio soffocare." La nera notte amministri la luna, Il cielo detti pure le sue leggi, Il mare parli con voce regale: Non nemici ma un unico compagno Sono il buio e la luce. "Guerra al ragno e allo scricciolo! Guerra al destino umano! E distruzione al sole!" Prima che morte ti prenda, ah sconfessalo! | ||
| Distesi sulla sabbia Distesi sulla sabbia, l’occhio al giallo E al grave mare, beffiamo chi deride Chi segue i rossi fiumi, scava Alcove di parole da un’ombra di cicala, Ché in questa tomba gialla di rena e di mare Un appello al colore fischia nel vento Allegro e grave come la tomba e il mare Che dormono ai due lati. I silenzi lunari, la marea silenziosa Che lambisce i canali stagnanti, l’arida padrona Della marea increspata fra deserto e burrasca Dovrebbero curarci dai malanni dell’acqua Con una calma d’un unico colore. La musica del cielo sopra la rena Risuona in ogni granello che s’affretta A coprire i castelli e i monti dorati Della grave, allegra, terra in riva al mare. Fasciati da un nastro sovrano, sdraiati, Guardando il giallo, facciamo voti che il vento Spazzi gli strati della spiaggia e affoghi La roccia rossa; ma i voti sono sterili, né noi Possiamo opporci alla venuta della roccia, E dunque giaci guardando il giallo, o sangue Del mio cuore, finché la stagione dorata Non vada in pezzi come un cuore e un colle. | ||
| Oh, fatemi una maschera Oh, fatemi una maschera e un muro per nascondere alle spie Dei vostri occhi aguzzi e laccati e degli artigli occhialuti Lo stupro e la rivolta degli asili infantili del mio volto, Mordacchia d’albero ammutito per bloccare contro i nemici scoperti La lingua baionetta in questo indifeso pezzo da preghiera (Questa bocca) e la tromba delle bugie soavemente sonata, Espressione di tonto scolpita in quercia e in antica armatura Per proteggere il cervello corrusco e smussare gli ispettori, E un vedovile dolore unto di lacrime languente dal ciglio Per velare la belladonna e lasciare che gli occhi asciutti Scorgano gli altri tradire le lagnose bugie delle loro sconfitte Con la curva della bocca nuda e il sorriso sopra i baffi. | ||
| Non da questa collera Non da questa collera, anti-culmine dopo Che il rifiuto paralizzò i suoi fianchi e il fiore zoppo Si curvò come una bestia a lappare il fiotto solitario, In una terra cinghiata dalla fame, Ella riceverà una scorpacciata d’erbacce E potrà generare quelle mani viticce che palpo Attraverso i tormentati, due mari. Dietro il mio capo un quadrato di cielo s’affloscia Sul sorriso circolare lanciato da amante ad amante E la palla dorata rotola via dai cieli; Non da questa collera, dopo Che il rifiuto rintoccò come campana sott’acqua, il suo sorriso Potrà generare quella bocca, dietro lo specchio, Che brucia lungo i miei occhi. | ||
| Come potrà il mio animale Come potrà il mio animale, La cui magica forma rintraccio nel cranio cavernoso, Vaso d’ascessi e guscio d’esultanza, sopportare D’essere seppellito sotto un muro di sillabe, Il velo invocato funereo intorno al volto, Lui che dovrebbe infuriarsi, Ubbriaco come lumaca di vigna, flagellato come polpo, Che dovrebbe ruggire, andar carponi, lottare Coi venti e con la pioggia, Il cerchio naturale dei cieli rivelati Abbassare all’altezza dei suoi occhi streganti? Come potrà calamitare Verso lo stallone, in una curva notturna vampa che fonda Lo zoccolo della testa leonina e il ferro di cavallo del cuore, Una terra selvaggia nel fresco culmine dei giorni campagnoli, Per trottare sui letti di fieno d’un miglio con una compagna [sonora, Per amare, e penare, e uccidere In un rapido, dolce, feroce chiarore, finché il suolo sprangato Germogli, il nero mare spalancato gioisca, Le budella si ribaltino e la branca Delle vene artigliate sprema da ogni rossa molecola La voce riarsa e furibonda? Pescatori di tritoni avanzano lenti e arpeggiano Sul solito flutto, lanciando il loro magico spillo ricurvo Innescato d’aurea mollica; io con una viva matassa, Lingua e orecchio nel filo, pesco nell’animale, chiusa da riccioli E tempie, acquea caverna d’incantesimi e d’osso, Rintraccio un tentacolo con un occhio Spalancato per amo, nella tazza d’alghe e ferite, Per stringere a terra la mia furia E sbattere giù il suo gran sangue; Nessuna bestia dovrà nascere a segnar sull’atlante i pochi mari O a soppesare la luce sopra un corno. Sospira a lungo, fredda creta, giaci recisa, lanciata In alto, tramortita sul sasso; furtive forbici affilate nel gelo Scattano nel boschetto della forza, l’amore sbozzato nei pilastri Crolla con santo, sole e uccello scolpiti, la vergine bocca [spinata d’alghe morte Sfronda, rovo piumato di fiamme, l’enfasi dell’occhio furente, Taglia netto il gestire del fiato. Muori con rosse penne quando il volo del cielo è troncato, E rotola con la terra abbattuta: Arida giaci, riposa depredata, mia bestia. Hai sgroppato dal fondo d’una buia spelonca, sussultato al nitrito della luce E scavato la tua fossa nel mio petto. | ||
| Ventiquattro anni Ventiquattro anni mi rammentano le lacrime degli occhi. (Sotterra i morti se hai paura che vadano alla tomba con le doglie.) Nell’arco della porta naturale stavo accosciato come un sarto A cucirmi il sudario per il viaggio Alla luce del sole divoratore di carne. Tutto agghindato per morire, il sensuale incedere iniziato, Con le mie rosse vene piene zeppe di soldi, Verso la meta conclusiva, la città elementare, Io vado avanti quanto è lungo il sempre. | ||
| Il colloquio della preghiera Il colloquio delle preghiere sul punto d’esser dette Dal bimbo che va a letto e dall’uomo per le scale Che sale all’alta stanza dall’amata morente, Indifferente l’uno a chi nel sonno andrà incontro, L’altro pieno di lacrime temendola già morta, S’aggira per il buio sulle ali del suono che essi sanno Salirà verso i cieli rispondenti su dalla verde terra, Dall’uomo per le scale e dal bimbo accanto al letto. Il suono che sta per levarsi nelle due preghiere Per il sonno in terra sicura e per l’amata che muore Sarà uno stesso volo doloroso. Chi calmeranno? Dormirà illeso il fanciullo o sarà in lacrime l’uomo? Il colloquio delle preghiere sul punto d’esser dette S’aggira tra i vivi ed i morti, e l’uomo per le scale Non troverà morente, stanotte, ma viva e calda al fuoco Del suo trepidare nell’alta stanza il suo amore. E il fanciullo indifferente a chi va la preghiera Affogherà in un’angoscia profonda come sarà la sua tomba, E con gli occhi del sonno fisserà i neri occhi dell’onda Che su per le scale lo trascina verso una che è morta. | ||